Aspettando l’inaugurazione del 5 Dicembre della personale “Spiegare Pieghe/Stendere Tende” presso le ex Stirerie, l’opera AGONI-A è installata nello spazio espositivo del teatro della Lavanderia a Vapore del Parco della Cerosa di Collegno…

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Laura Ambrosi compie gesti ancestrali con strumenti della contemporaneità: piega e dispiega, testimonia ed incide, adorna e decora, scrive e descrive, mischiando tradizione e tecnologia. Sciogliendo e riannodando, l’artista tende e distende i propri lavori, oscura ed illumina gli antri dell’incontro con l’altro, in cui le domande si pongono, in cui l’arcano si rivela. L’esposizione Spiegare Pieghe / Stendere Tende, nell’appropriata ambientazione della Stireria della Certosa Reale a Collegno, dialoga giocosamente con il contesto, tessendo imprevisti legami tra attività presenti, ricordi locali, valenze storiche ed architettoniche, dinamici mutamenti. Quinta a mezz’aria, scenografia domestica in prospettiva straniante, la mostra occupa una manica recentemente ristrutturata adiacente all’ex Lavanderia a Vapore. Strutture un tempo destinante alla funzione di Manicomio Regio, all’interno di un complesso monastico risalente al Seicento, ospitano ora rassegne teatrali, scuole di danza, spettacoli di balletto. In questo incrocio reale ed ideale di storia, problematiche sociali, architettura e creatività, i tenui fili e le superfici trapuntate di Laura Ambrosi riallacciano i frammenti dispersi in un’estrosa e fertile soluzione…

Ivan Fassio

http://www.arternativa.net/

desart@arternativa.net

a cura di Ivan Fassio e Marco Memeo

Inaugurazione 5 Dicembre 2013, a partire dalle 18:00

Stireria – Certosa Reale – Collegno (TO)

Corso Pastrengo, 51

Dal 6 Dicembre 2013 al 2 Febbraio 2014

Orari: Giovedì – Domenica, 17:00 – 19:00

In occasione degli spettacoli della Lavanderia a Vapore, la mostra sarà visitabile fino alle 21:00

su Gaia, di Giovanna Giachetti

Non è soltanto la nostra maschera, quella che noi vediamo, quando ci guardiamo allo specchio o ci incontriamo. Perché, se levato, il trucco non ci assomiglia più? Perché, se potessimo abbandonarlo, il travestimento perderebbe, paradossalmente, proprio le nostre sembianze, come se stesse rimpiangendo un’anima?
Ne abbiamo solo una flebile intuizione, ma ne siamo certi: senza un’essenza, la nostra apparenza si trasforma in un frivolo orpello, in escrescenza carnosa inapplicabile, in un’orma odorosa e, infine, in una traccia abbandonata. Diventa simulacro, abbozzo che riformula un linguaggio. Da qui, un’inedita sostanza si concretizza, si crea allo stesso modo in cui si produce un’opera d’arte –  inutile eppure espressiva, opaca eppure rivelante: siamo noi questa nuova materia, quest’impasto contrastante di visione e memoria…

Ivan Fassio

Giovanna "Giogia"" Giachetti, Gaia, 2012

Giovanna “Giogia”” Giachetti, Gaia, 2012

a Ennio Bertrand

Ennio Bertrand, Profumate parole, Installazione interattiva per il progetto ALBUME 2013 di Stefano Venezia, testi e voce di I. Fassio

Ennio Bertrand, Profumate Parole, installazione interattiva per ALBUME 2013 di Stefano Venezia, testi e voce di I. Fassio

Così rosea è l’ora che scocca da levante:
Le piante, nella stanza, a sembianza d’un mattino,
Rinverdiscono al suono della sveglia.

Si scuote il rosmarino al ticchettio dell’orologio:
Reggere è suo compito l’aspetto di cespuglio,
La linea dell’arbusto che la costa pettinava.

La salvia si riaccende, sfuma e stinge, si riveste:
Vira al giallo e al grigio, ma l’azzurro torna in fiore,
Attenuando l’amarezza con strati di colore.

Essenze temperate emana in ogni dove
Il prezzemolo sbarbato. Il maggiolino cova
All’ombra dell’ombrello, alla radice rannicchiato.

La menta ascolta il vento, caldo e lento,
Spirare dal massiccio, soffiare sul pianoro:
La corolla, risvegliata, si apre in labbra viola.

Srotola il tabacco la sua dose di calore
E attende essiccazione nel suo vaso sul balcone:
L’America è lontana, ma rimane nel suo cuore.

L’origano ripensa alle civiltà montane:
Pomodoro, latte e grano salutava nella valle,
Scendendo l’Appennino per vedere ancora il mare.

Peperone arrossa e avvampa, tra i vimini del cesto,
La sua forma ornamentale lo assimila a un monile:
Gioiello da mostrare ai vicini nel cortile.

Il basilico – reale – freme e trema, si abbandona:
Un eccesso di finzione l’ha privato dell’aroma,
Ha alitato sul suo collo, levandone l’odore.

Appese alla parete, sospese dal soffitto,
Poggiate al pavimento e sporgenti da ringhiere
Le altre stanno, tutte insieme, a sognare la natura.

Simulando da un interno il tepore di una serra,
Formulando i movimenti dell’orto e del giardino,
Crescono serene, illuminate, nell’ambiente ricreato.

Il ponente le sorprende nell’oscuro appartamento:
Non tinteggia la lavanda, al vespro, sul crinale.
Soltanto buio pesto, calato all’improvviso!

L’aria che le anima si attiva dalle ventole,
Il sole che le scalda è concentrato in lampadina.
La vita che le vive è autentica e sincera,
Lontana dalla terra, ma vera e risplendente!

Ivan Fassio

La mostra personale “Approdare alla Deriva” di Riccarda Montenero, presso la Galleria Oblom di Torino, a partire da venerdì 13 Settembre 2013, trasforma lo spazio dell’esposizione in una vera e propria riflessione scenica sui concetti di territorio, nomadismo e permanenza…

Riccarda Montenero, La Voie des Sans-Papier

Riccarda Montenero, La Voie des Sans-Papier

Perché non assoggettarsi all’uso di forme condivise? Perché allontanarsi dalle consuetudini della rappresentazione? A richiedercelo è un’analisi approfondita della realtà, che ci porta a considerare il mondo come un insieme di relazioni sottoposte ad una complessa logica del divenire. La conseguente necessità, derivante da questa presa di coscienza, implica un superamento dell’arte come prodotto umano, al fine di ricreare un mutamento espressivo costante, ad immagine della natura stessa. Inevitabile è tendere verso l’adeguamento a una regola sottostante e, al tempo stesso, a un’originaria modalità di produzione delle apparenze. Comprendiamo e produciamo significati nella consapevolezza di essere immersi in un complicato dinamismo, strutturante e modellante, che forgia tutto il vivente in gradazioni e tonalità. Abbandoniamo, allo stesso modo, l’idea di un dualismo incessante tra materia e sostanza, aspetto e contenuto: creatore e garante di soggetti e oggetti, essenze e coscienze.
Percepiamo la totalità nell’incommensurabilità di incontri, affetti, sfumature, concatenazioni. Il tempo non rappresenta soltanto una misura: è differenza, variazione, riproduzione dell’uguale. Oltre a estensione, lo spazio è intensità, distanza, unione e separazione.
Il territorio, di conseguenza, non equivale esclusivamente ad ambiente, paesaggio, costruzione, ma soprattutto a vettore: condizione di entrata e uscita incessante, perenne funzione di incanalamento. Le coordinate sono semplicemente rappresentate dai segni di demarcazione prodotti dalle creature. Per il mondo animale, le indicazioni imprescindibili e i confini biologici risultano molto precisi e circoscritti. Gli uomini, operando una grande quantità di segni, tratteggiano lo spazio, senza definire limiti statici. L’artista, declinando il proprio operato secondo infinite possibilità, incide e imprime sempre il territorio con i colori e le forme, con le parole e le immagini: tali segnalazioni costituiscono un flusso che va dall’autore al mondo, e viceversa. In questo caso, l’esistenza si esprime nell’invenzione di segni, i quali, riproducendo i meccanismi della vita, marcano il territorio esplicitamente, ripiegandosi sensibilmente sulla loro stessa finalità: mise en abyme, circolo vizioso, mimetismo tautologico. Gli artisti sarebbero, in questo senso, equiparabili a bestie sovrumane, pachidermi in continuo spostamento, stormi migratori capaci di portare, lasciare o depositare un messaggio compiuto in modo inequivocabile e manifesto.
Con l’esposizione Approdare alla Deriva, Riccarda Montenero inscena una produzione concreta di significati, in un dislocamento che ne definisce le dinamiche di appropriazione e dispersione. Il tempo si fa macchia illogica, accumulo di informazioni. Lo spazio si compone teatralmente, ridotto a simulazione di un non-luogo rivisitato: limite consunto, valvola di sfogo più che situazione di stallo. L’esausto sfiato della parola incarnata giunge ai sensi di un altrettanto spossato visitatore: il pubblico, con il suo fardello di preclusioni o con il suo carico di speranze. Monconi, uncini, protesi, tronchi di un corpo nomade preparano la zona di una futura permanenza, di una sistemazione stanziale. Questo particolare territorio occupa il tragitto di un’invasione barbarica. Dalla spiaggia di attracco clandestino – infestata da inesorabili presagi mortiferi – ai locali di stoccaggio, la traccia grammaticale delle migrazioni si condensa in ieratiche figure scultoree, in effigi sinuose e misteriose. Allacciata agli avvenimenti testimoniati dalla storia e dall’attualità, la tragedia rilascia un alone universale, distaccato, che evapora, fluttua e, finalmente, condensa. Questi risultati riportano agli esiti archetipici del viaggio: gli ostacoli del percorso, la preghiera, la sublimazione poetica, il passaggio denso del tempo, l’enigma di un orizzonte sconosciuto, l’abbraccio sensuale della conquista, la contaminazione e l’epidemia, le sbarre della prigionia…

Ivan Fassio

Riccarda Montenero
Approdare alla Deriva
A cura di Ivan Fassio
Inaugurazione: venerdì 13 Settembre 2013
Galleria Oblom
Via Giuseppe Baretti, 28
10125 Torino

Lo Straniero

Mostra Collettiva a cura di Ivan Fassio e Marco Memeo

Fabrizio Bonci, Sarah Bowyer, Jean-Paul Charles, Roberta Corregia, Carlo D’Oria, Enzo Gagliardino, Giovanna “Giogia” Giachetti, Paolo “JINS©” Gillone, Carlo Gloria, Marco Memeo, Riccarda Montenero, Marco Seveso, Gosia Turzeniecka

Spazio Vinci – Piazzetta Leonardo da Vinci, Asti

Nell’ambito di SLAFF “Social Lab Film Festival”, la mostra collettiva Lo Straniero indaga il rapporto delle arti figurative contemporanee – pittura, scultura, fotografia –, della video art e del documentario sociale con le tematiche dell’estraneità, della diversità e della migrazione. Ad Asti, dal 27 al 29 Settembre 2013…

Marco Memeo, Strada Privata, 2013

Marco Memeo, Strada Privata, 2013

Da un prospettiva processuale ed esperienziale, le arti non rappresentano più una giurisdizione esclusiva della bella apparenza, bensì una forma di accrescimento del sensibile, un dominio della sperimentazione percettiva. Ci interrogano e si interrogano. Ci insegnano a vedere, udire e sentire diversamente, tramite un linguaggio tanto innovativo quanto originario e autentico. Il loro discorso custodisce una grammatica che non deve soltanto essere studiata e interpretata, ma che vuole essere parlata, divulgata, trasmessa, professata. In questo senso, lo sfaccettato ambito di significazione di un’opera d’arte è un luogo aurorale, un insieme di azioni sempre in statu nascendi, nella continua interazione dell’opera con lo spettatore: il pubblico, l’altro. Proprio questa alterità garantisce la rinnovabile possibilità di costante crescita, ricerca, presa di coscienza.

Ogni fenomeno interpretabile si pone inesorabilmente sotto forma di esigenza che procede dall’incontro e dal confronto. L’azione costruttiva dell’estraneità, tuttavia, si mostra soltanto indirettamente, attraverso le domande. La conseguente risposta dell’arte non è né arbitraria, né obbligata – è inevitabile. Come se si trattasse di un’intrinseca categoria che ne assicura la validità, essa non può non presentarsi. L’alone di perenne produzione di senso si sviluppa a partire dal riscontro che essa dà oppure rifiuta, in un dialogo continuo con la diversità che le si avvicina. Estranea a se stessa, opaca e carica di inesauribili facoltà – in quanto massima espressione del dialogo e della condivisione –, ogni pratica estetica si trasforma e ci trasforma in apparati di reazione, in meccanismi di elaborazione, in ingranaggi decifranti. Ognuno di noi, straniero di fronte all’incommensurabilità delle interpretazioni, comprende al massimo grado la propria condizione di migrante, di pellegrino della conoscenza, di clandestino all’interno di un sistema che svela a poco a poco, sotterraneamente o progressivamente, le proprie dinamiche interne e potenzialità relazionali. Siamo noi gli stranieri che si aggirano, incuriositi, di fronte a un paesaggio mai visto, che soffiano su volumi impolverati tra gli scaffali di una biblioteca, che ricopiano il codice ereditato, che tramandano una storia mai uguale a se stessa…

Ivan Fassio

Riccarda Montenero, Serie Approdi

Riccarda Montenero, La Voie des Sans-Papiers


a Riccarda Montenero

Di contraffazione i dirupi plasmavano cartacee ondate,
Mentre putridi impasti carnali asciugavano al nero calore
Del vento disciolto nel sole – all’ora di ieri – rimescolato.
Senza fiato, né lineamenti, si componeva la donna ferita
Nel semplice luogo da bende sorretto: l’indicazione di un dove.
Un alito esterno, sofferto e staccato, manteneva la vita.

Da altre terre spirava quel canto, che più non s’udiva,
Da umide sponde gemeva, forzata, la frazione riproduttiva.
Qui, soltanto, la copia recitava dell’uguale l’identica parte.
L’uomo animale attraccato, stordito e spossato,
Attendeva la falsa speranza dell’allevamento.

Martelli in disuso esplodevano l’ustione dei sensi
Sulla spiaggia arroccata che non esisteva:
L’olfatto tagliava la lingua alla vista.
Dall’orecchio di forbice dell’abrasione,
I polpastrelli stringevano suoni intonati alle palpebre.

Dolore! Accordare e scordare: quel tanto d’oblio ritornava – sei volte –
Con gli occhi alla mente. Povero umano, taciuto nel sacco!
Accasciata, la negra sirena esibiva un foglio di via,
E la valigia, gettata dal porto, scivolava in crepe inaudite:
Di cornucopie meridionali le reti pescavano spurghi.

Si fece una notte, arredata con garbo, per l’elettrica luce:
Da un golfo, ridotta allo spasmo, bollì la risposta, ignorata,
All’enigma segnato da trinità: mai sette furono i giorni!
Scivolò dal sipario il palco allestito, l’uncino di ferro s’arrugginì…
E al silenzio di tomba l’effigie sinuosa ristette, tra sbarre ossidate, a tacere.

Ivan Fassio

Riccarda Montenero, dalla serie "La Voix des Sans-Papiers"

Riccarda Montenero, La Voie des Sans-Papiers

Le epoche si susseguono e i cieli cambiano. La prospettiva temporale ingaggia una competizione con la garanzia di validità, con l’idea di immortalità. All’interno di un nuovo modello di eterno ritorno, l’arte prende coscienza della propria compiutezza e vive con intensità
la propria stagione, inventandosi un raggio d’azione infinito.

Ivan Fassio

Takane Ezoe, Serie – Le Stagioni

Takane Ezoe, Serie – Le Stagioni

Il fascino di una comunicazione emerge dall’intercambiabilità delle soluzioni. Il sistema si muove come una macchina, ma gli ingranaggi non sono funzionanti. La produzione di senso è attivata dalla superficie, a motore spento. Siamo noi ad avviarci per la strada della comprensione e della condivisione. La meccanica della rete è al nostro interno.

Ivan Fassio

tokyo-wiring

Silvio Valpreda, Tokyo Wiring, serie NOTKUNST, collage fotografico su stoffa e neon, 2011

Il capolavoro è un’illusione, la creazione di un miraggio collettivo che sostiene la visione. Nonostante tutto, sia esso un’esperienza lontana o un effetto appena raggiunto, il suo alone continua indifferentemente ad agire. Inseguendo una meta di disvelamento, l’artista può sottolinearne le strutture – rendendole pesanti -, amplificando la radice dell’inganno.

Ivan Fassio

Ennio Bertrand, Sul Balcone, stampa su tela, 2008

Ennio Bertrand, Sul Balcone, stampa su tela, 2008

La scultura può coincidere con la superficie, nel dominio dei sensi. Rincorrere una sinestesia, dallo schermo della nostra percezione, può portarci a ignorare la compiutezza della realizzazione e a coinvolgere diversi agenti. La macerazione dei contenuti produrrà il temporaneo risultato delle esigenze, condurrà la storia dell’opera verso il dialogo e la condivisione.

Ivan Fassio

fannidada, Tetravideobox

fannidada, Tetravideobox