Erica Fortunato, Sophia

L’arte è una continua modulazione retorica. Per riconoscere un’opera di valore estetico, infatti, è necessario qualcosa che l’occhio non può discernere – un’atmosfera teorica, una conoscenza della storia dell’arte, una confidenza in particolari strutture e parole: un cono d’ombra che intercede tra noi e l’oggetto, caricandolo di attendibilità. In un certo senso, la riconoscibilità di un capolavoro nasce da un intenso dialogo, all’interno di noi stessi, tra regole storicamente definite, emozione e logica.

La contemporaneità sembra, a questo modo, disconoscere la dimensione sensibile, trasformandosi sempre più in una riflessione tautologica sul proprio statuto e sui propri mezzi e manifestando così la propria natura filosofica.
Questo inarrestabile progresso teoretico non si trascinerà fino ad una inconcepible morte dell’arte. Allo stesso modo, la pratica estetica non si risolverà in una compiuta e consapevole definizione dei propri limiti e del proprio raggio d’azione.

Resiste una possibilità, al di là dell’arte tradizionalmente intesa e del movimento dialettico delle avanguardie, di un’arte post-storica libera dai condizionamenti teorici? Il linguaggio dell’arte può continuare a significare, a prescindere dal discorso sotterraneo, inconsciamente condiviso, che lo informa storicamente? Riuscire a recuperare e ad analizzare le modalità che il linguaggio utilizza per funzionare all’interno di una produzione artistica, spogliandole dei rapporti con la tradizione, potrebbe aiutarci a comprendere la reale potenzialità non soltanto della nostra immaginazione, ma soprattutto della nostra capacità di comunicazione e del nostro rapporto con gli altri e con il mondo.

Artisti:

Ennio Bertrand, Jean Paul Charles, Fanni Dada, Takane Ezoe, Erica Fortunato, Carlo Gloria, JINS, Marco Memeo, Matteo Mezzadri, Mariana Paparà, Gosia Turzeniecka, Silvio Valpreda

A cura di Ivan Fassio